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LE EPIDEMIE A SAN DONATO DAL XVII AL XIX SECOLO

June 15, 2020

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LE EPIDEMIE A SAN DONATO DAL XVII AL XIX SECOLO

June 15, 2020

     Statua di San Rocco, posta all'interno della chiesa a lui dedicata in San Donato Val di Comino 

Foto tratta dal sito Facebook di Maria Marcello. 

 

 

Non per allarmarvi, ma più semplicemente per informarvi.

 

 

- Quando nel 1656 a San Donato si diffuse la peste, che aveva colpito tutto il Regno di Napoli di cui facevamo parte, di 2374 abitanti ne morirono 1704. Cessata l'epidemia, i sandonatesi salvi erano solo 670. Si estinsero intere famiglie.

A Napoli morirono 240.000 persone su un totale di 450.000 abitanti; anche nel resto del regno il tasso di mortalità oscillava fra il 50 e il 60% della popolazione. Inoltre, a mano a mano che la peste avanzava, nonostante fosse stato proibito a chiunque di andare a vivere altrove, le popolazioni iniziarono ad allontanarsi dalle terre colpite emigrando dalla capitale e spesso anche da un territorio a un altro del Regno. Così, a causa di questi facili spostamenti e dello scarso controllo esercitato sul territorio da parte di amministratori centrali e locali, già nell’estate del 1656 il morbo aveva attaccato numerose province meridionali.


- Nel 1755, tra il mese di agosto e ottobre, il vaiolo portò alla morte 40 persone.


- Nel 1761 a decimare la popolazione fu l’epidemia con “febbre putrida” (parassitosi intestinale causata dall'ingestione di carni e pesce crudi, di verdura o frutta non adeguatamente lavata), che portò alla morte di numerose persone in quanto veniva curata esclusivamente con la corallina, ossia un infuso di alghe di mare.
Per far cessare l’epidemia, i fedeli si rivolsero alla Madonna di Loreto impegnandosi, qualora fossero stati ascoltati, a solennizzare la sua festa, che cade il 10 dicembre, con “digiunare anche la vigilia”. Cessato il morbo, che però era durato tredici mesi, per gratitudine verso la Madonna, l’intera comunità sandonatese rinnovò il voto per il futuro. Un decennio più tardi, su richiesta della Parrocchia, Papa Clemente XIV concesse per tale ricorrenza l’indulgenza plenaria perpetua “sì nel giorno della festa di detta SS Vergine di Loreto, che in tutta la sua Ottava”, la stessa che si ottiene durante il Giubileo e che permette al fedele di liberarsi dalle pene temporali dei peccati commessi.


- Nel 1764, anno bisestile, la carestia, provocata dalla prolungata siccità che si protrasse dal mese di marzo alla prima metà di giugno, portò alla morte 143 persone e spinse molti sandonatesi a dirigersi verso le paludi pontine, dove in molti contrassero la malaria, oppure a Roma, a Sonnino e anche in altri posti dove la carestia si faceva sentire meno.

 

- 1778 – 1779: “Dalli sei di Xbre 1778 sino alli 15 maggio 1779 non piové mai:due volte si videro alcune spruzzaglie d’acqua, le quali non bastavano a bagnare la polvere. Di continuo dominava il vento Aquilone, che fugava qualunque nuvola si vedesse nell’aria. Ai 24 gennaio, cadde poca quantità di neve, con vento, e fu così sensibile il freddo, che non si poteva resistere non solo vicino al foco, ma benanche dentro al letto, ancorché coverti di molti panni”. Di conseguenza morirono numerose persone e animali domestici.- Più tardi, mentre la popolazione non si era ancora ripresa dalle profonde sofferenze, “la peste verminosa” falciò altre persone lasciando “una lunghissima convalescenza” in quelle che riuscivano a sopravvivere.

 

- Negli anni 1798 – 99, particolarmente grave fu l’epidemia di colera che si sviluppò tra gli ottantamila soldati schierati sulla frontiera, che ne portò alla morte 16.000 e che, in seguito, si diffuse anche tra la popolazione civile; a San Donato procurò il ricovero in ospedale di 80 soldati e la morte di 51 di loro. “Ne’i luoghi circonvicini di Alvito, Sora, Arpino ed altri paesi si contano migliaia di morti”.

 


- Nel 1835 in tutta la Valle si diffuse il colera, che portò morte e sofferenze. In sostegno dei malati a San Donato, come in tutti gli altri centri della Valle, si prodigarono il clero e tutte le autorità. Apprezzabile, è annotato su un registro parrocchiale, fu l’opera del canonico Rufo. Le persone facoltose della Valle, per sfuggire al contagio, abbandonarono le loro case e si rifugiarono in campagna, in località isolate ed alte. Dappertutto si svolgevano processioni, esposizioni di immagini sacre, implorazioni di santi. Le congregazioni, i preti e le associazioni furono esentati dal seguire i feretri. Il pericolo sembrava fugato, quando la malattia ricomparve con maggior virulenza l’anno seguente protraendosi fino al mese di luglio del 1837

 

.Nel 1879 si verificarono altre calamità: nella nostra zona si era diffusa un’orribile carestia, mentre a Cassino un’epidemia detta “gialletta”, che procurò la morte, talvolta anche improvvisa, di centinaia di persone. Alessio Cellucci narra che suo padre “in quei giorni si recò a Cassino con don Giacomo Persichetti di Alvito. Al ritorno, a mezza strada il vetturino di Cassino era stato colpito dal male e costretto a tornare indietro, forse morì per via, e intanto il povero papà e il suo amico rimasero a piedi. Il viaggio da Cassino a San Donato allora era un vero calvario che durava cinque ore, tra le frustate e le bestemmie del vetturino ai riottosi cavalli, che non potevano più reggere alla salita”.

 

- Nel 1887 a Gallinaro si sviluppò un’epidemia di difterite, che destò in tutti viva preoccupazione, mentre a Napoli si diffuse il colera, che nel 1888 si propagò anche a San Donato. In un primo momento contrassero la malattia otto persone e ne morirono sei. Ad ottobre si ammalarono delle altre e si registrarono quattordici morti. Non fu semplice fronteggiare l’emergenza e per assistere soprattutto i poveri fu necessario raddoppiare il personale del servizio comunale. il Prefetto inviò tre persone della Croce Bianca per il trasporto dei cadaveri più altre quattro della Croce Rossa, che si dovevano occupare delle persone infette. La casa comunale del Convento, dove aveva sede la scuola elementare maschile, fu adibita ad ospedale. Furono acquistati letti, suppellettili, biancheria, mobili, bagnarole ed utensili vari. Si fecero costruire barelle e si impiantarono cucine economiche gratuite. “Quale e quanto fosse stato l’allarme e lo spavento da cui fu presa l’intiera popolazione non è a ridire, vuoi per la novità del male (la malattia non si manifestava nel luogo da mezzo secolo) vuoi per le circostanze con cui si sopraggiunse, massime poi per causa del temperamento di questi naturali, quindi ogni minimo fatto costò fatica e spese”. I morti furono seppelliti in un orto appartenente alla Congrega di Carità, che per questo diventò inservibile e, di conseguenza, fu necessario versare un compenso economico a Irene Cardarelli fu Giuseppe, che su di esso aveva un diritto enfiteutico. Quando l’epidemia cessò, il Consiglio Comunale si riunì per elogiare il Sindaco che aveva capeggiato con abnegazione e capacità organizzativa l’emergenza sanitaria. Nel verbale così è scritto: “Il Consiglio tributa lodi al Sig. Sindaco Coletti Cavalier Carlo, antesignano di ogni opera compiuta”. In conseguenza delle spese affrontate, la Giunta deliberò di chiedere un prestito di lire 2.500. In quella stessa riunione furono ricordati i numerosi sandonatesi, emigranti stagionali, morti a Centocelle nel 1866 per aver contratto la stessa malattia.

Qualche tempo dopo, il Comune acquistò da Salvatore Nistri, orefice di Firenze, una medaglia commemorativa che ricordava la visita fatta da re Umberto a Napoli e a Brusca nel periodo in cui il colera aveva fatto strage.

 

 

Per l’approfondimento vedi "San Donato Val di Comino dal Regno borbonico alla Stato unitario e l’opera del sindaco Carlo Coletti dal 1870 al 1893” di R. Tempesta.

 

Nel Novecento si ricordano la Spagnola (1918), che portò alla morte 53 sandonatesi,  e l’Asiatica (1957).

 

 

 

 

 

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