MARIO EQUICOLA E GLI AUTOMI DI SAINT ANTOINE L’ABBAYE



Modello dell'automa cavaliere di Leonardo e (a fianco) i suoi meccanismi interni (esposizione Leonardo da Vinci. Mensch - Erfinder - Genie, Berlino 2005) (fonte: Wikipedia, pubblico domino).



Il viaggio in Provenza di Mario Equicola del 1517 fu intrapreso al seguito di Isabella d’Este Gonzaga con la finalità, come dichiarato dalla Marchesa, di sciogliere un voto presso il santuario della Maddalena a Nanse.

Durante il viaggio ci fu la visita al santuario di Saint Antoine l’Abbaye in Delfinato [1], poco oltre il confine con la Provenza sul fiume Isère. La descrizione lasciataci da Mario Equicola nell’Iter rimane impressa nell’immaginazione del lettore: il maestoso organo a canne e i suoi automi musicali affascinano e suggestionano il lettore catturandone l’attenzione e suscitandone la curiosità. L’Equicola ha avuto il merito di essersi soffermato sui dettagli della macchina musicale, pregevole ed ingegnosa per i suoi tempi; il prof. Domenico Santoro – massimo biografo dell’Equicola – ha reso fedelmente nella sua traduzione in italiano la testimonianza, unica del suo genere, di un’opera dell’ingegno umano. Le prestazioni dell’organo a canne descritto nell’Iter erano all’avanguardia per quei tempi: infatti, l’imponente strumento era dotato di diversi registri musicali che ne potenziavano l’espressività. L’organaro poteva controllare il flusso d’aria nelle singole canne regolando la lunghezza di ogni nota tramite i ventilabri dalla sua tastiera.

L’Equicola si dimostra affascinato dall’ingegnosità dei meccanismi necessari a far funzionare gli automi dell’organo a canne. L’alvitano viveva a corte a Mantova in un mondo di umanisti ma anche di ingegneri; era coevo di Leonardo da Vinci e di tanti altri esperti di meccanica. Al genio umanistico l’Equicola alternava l’interesse per la tecnica e la tecnologia [2]. Ritroviamo un lampo di ciò nel suo De Opportunitate, che aveva scritto quando era alle dipendenze del cardinale Ippolito d’Este, fratello di Isabella. In tale breve opera, scritta in latino in forma di dialogo, si descrive un’impresa utilizzata dal Cardinale in cui si invita a cogliere il momento giusto nel fare le cose per ottenere il massimo risultato. Si è dimostrato che l’impresa in questione, rappresentante un falco con un meccanismo di orologio, sia un rebus ideato da Leonardo da Vinci donato al cardinale Ippolito d’Este a Roma. La prova di tale paternità sarebbe addirittura in uno dei suoi codici. “Fal-con Tempo” è il significato del rebus: cogliere l’attimo per aver successo nella missione diplomatica presso il signore di turno [3].

Gli automi erano costruiti con meccanismi già utilizzati nel Medioevo, come le marionette o come i soffiatori che utilizzavano il flusso d’aria per generare movimento e suoni; alcune altre soluzioni tecniche, come quelle adottate per generare il movimento oculare e delle mandibole degli automi o per realizzare il suono del rullo continuo dei tamburi, le possiamo ritrovare anche nelle macchine di corte utilizzate per le scenografie delle feste rinascimentali [4] e nell’allora nascente settore della meccanica di precisione, ovvero l’orologeria [5].

L’organo di Saint Antoine l’Abbaye descritto dall’Equicola fu costruito nel 1515, quando era abate Theodore Mitte [6]. L’Equicola e alcuni contemporanei lo descrivono come una macchina musicale imponente capace di attirare i pellegrini, gli ospedalieri, gli ammalati ed i fedeli di diverse estrazioni sociali ed economiche, incuriosendoli con i suoi automi musicali e deliziandoli con i suoi registri e con le sue pregevoli decorazioni. La macchina musicale messa in bella mostra sul coro principale aveva evidentemente anche l’intento di rappresentare il prestigio, il potere e l’opulenza dell’Ordine di Sant’Antonio Abate di Vienne [7].

Isabella d’Este, collezionista di strumenti musicali oltre che di opere d’arte ed antichità, il primo maggio 1517 ne ammirò le decorazioni e la presenza di diversi registri. L’organo attirò, il primo novembre 1517, anche l’attenzione del canonico molfettano de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, che lo descrisse “bello e grosso, dotato di tanti registri, ornato e con una rappresentazione dell’arcangelo Gabriele nell’atto dell’Annunciazione alla Vergine” [8]. Una descrizione dell’organo si è conservata anche nei rapporti del principale storico antoniano, l’abate Aymar Falco [9]:


“Ejus quoque Theodori (S. Chamondi) abbatis temporibus, anno scilicet quingentesimo quinto decimo supra millesimum, sumptuosissimo atque singularissimo opere fabricatis modulatissimis organis hujus sacri cenobii templum extitit decoratum. Nec ad hec usque tempora communi omnium judicio tam celebre ejus generis opus alibi cernitur.”


Purtroppo, l’organo descritto dall’Equicola andò distrutto nelle guerre di religione della seconda metà del Cinquecento quando la chiesa subì diversi incendi. La descrizione che ne fece l’Equicola nell’Iter è la più dettagliata ed accurata disponibile, l’unica conosciuta che riporta la presenza dei suoi automi musicali [10].

L’organo di cui si scrive era stato realizzato nel 1515, da un giovane (adolescens) artigiano italiano, a noi tuttora ignoto.

Lo strumento era dotato di diversi registri che permettevano di simulare altri strumenti musicali come trombe o fiati. La configurazione delle canne metalliche (stannea, di stagno, probabilmente peltro, come ancora oggi fanno i maestri organari della tradizione) vedeva quelle più grosse, e dunque con le note più basse, disposte di lato, come negli organi portativi [11]. I rulli di tamburo erano attivati probabilmente con dei pesi poiché scattavano con l’azionamento di un pulsante. Gli automi dell’organo funzionavano invece col movimento e la pressione dell’aria, essendo i loro movimenti legati al suono delle canne. La descrizione delle teste animate degli automi fatta ricorda i soffiatori medievali che, azionati da flussi d’aria, emettevano suoni. Gli automi meccanici erano già popolari nel Medioevo. Infatti, nella cattedrale di Nostra Signora a Strasburgo, in Francia, ancora oggi si conservano alcuni automi medievali [12]: un araldo, un venditore di brezel e un leone, messi in funzione durante la Pentecoste, riservavano sempre ai fedeli un piccolo spettacolo. Altri automi erano già ben noti al tempo dell’Equicola, in un Rinascimento fecondo di inventori ed ingegneri: Leonardo da Vinci ne aveva già progettati e realizzati per gli Sforza a Milano e per il Re di Francia. Macchine di simile complessità ma con maggiore miniaturizzazione saranno costruite negli anni successivi da maestri orologiai come il cremonese Gianello Torriani (adolescens al tempo della costruzione dell’organo nel 1515, ma non c’è prova di un suo coinvolgimento nella realizzazione dell’organo di Saint Antoine l’Abbaye), autore di un fantastico automa (o addirittura di una serie di essi) che si spostava secondo il percorso di una stella a cinque punte, muoveva piedi, mani, testa, bocca ed occhi, e compiva l’atto di suonare un timpano, di cantare e di danzare. Tale tipologia di automi era mossa da complessi sistemi di ingranaggi caricati a molla.

L’importante strumento musicale avrà richiesto molte risorse per essere progettato e realizzato [13]. Il santuario di Sant’Antonio Abate di Vienne [14] custodiva le reliquie del santo dal secolo XI, ritenute taumaturgiche e miracolose, e basava parte della sua economia sulle elemosine derivanti dalla devozione dei pellegrini per le reliquie. I devoti intendevano toccarle in quanto esse erano ritenute taumaturgiche [15]. Nella prima metà del Cinquecento, questa località fu meta di lontani e frequenti pellegrinaggi così come era avvenuto nei due secoli precedenti, con visite di re [16], principi, nobili e benefattori da tutta Europa; Aymar Falco, riportò che Papa Clemente VII e due cardinali futuri papi, Giulio II e Leone X, avevano visitato il santuario; durante il 1514 si registrarono più di diecimila italiani in visita e, negli anni successivi, moltitudini di pellegrini dall’Ungheria e dai paesi limitrofi.

Il flusso di pellegrini che si recavano in loco era gestito nel XI secolo da un gruppo di laici che cominciarono a prendersi cura degli ammalati di ergotismo. Successivamente, nel 1297, Papa Bonifacio VIII emise la bolla che costituì l’ordine dei canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne, con finalità ospedaliere e monastico-militari, nel rispetto della regola di Sant’Agostino. Saint Antoine l’Abbaye era diventata, nei due secoli precedenti la visita di Isabella, la potente maison-mere dei cavalieri del tau o del fuoco sacro. Gli antoniani di Vienne si distinguevano perché indossavano un saio nero con una grossa croce cucita, a forma di tau azzurro, probabilmente tinto col guado che veniva coltivato in Linguadoca, al confine con la Provenza [17]. Si prodigavano per la cura dei malati del cosiddetto mal degli ardenti o del fuoco sacro: una serie di gravi affezioni della pelle oggi riconosciuta come una serie di malattie differenti come l’ergotismo [18], l’herpes zoster, la sifilide (diffusasi in Europa dal Nuovo Mondo) e, occasionalmente, anche la lebbra e la peste. Evidentemente si confondevano malattie dai sintomi similari. L’ordine antoniano fondava ospedali che si diffusero a macchia d’olio in tutta Europa [19] e si sosteneva tramite elemosine, rendite, lasciti e l’allevamento dei maiali: questi ultimi potevano grufolare liberi, in quanto autorizzati e contraddistinti da un campanellino di riconoscimento, anche entro le mura delle città, diversamente dai maiali dei contadini. Siccome erano protetti contro i malintenzionati sia dalla legge che dalla paura di incorrere nelle ardenti ire del santo, la tradizione portò a identificare nei secoli il padre del monachesimo come protettore degli animali.

Dai suini gli antoniani di Vienne ottenevano nutrimento, per loro e per i malati, ed inoltre realizzavano degli unguenti emollienti per poter lenire le piaghe del male degli ardenti. I Canonici riscuotevano, o avevano incaricati che lo facessero per loro, facendosi riconoscere dal saio, dal bastone a forma di tau e suonavano una campanella d’argento. La riscossione dell’elemosina causava spesso controversie con altri ordini religiosi come ad esempio i benedettini dell’abbazia di Montmajour presso Arles, secolari rivali degli antoniani di Vienne [20].

I pellegrini erano una fonte di reddito per l’ordine: come avveniva ovunque nel mondo cristiano, ma in particolare, nella Provenza nel periodo avignonese dei papi, le loro visite muovevano l’economia dell’epoca. I pellegrini cercavano di salvare l’anima dalle pene dell’inferno e di toccare le sacre reliquie per guarire o proteggersi dal male, gli antoniani fornivano le modalità di riscatto. Capitava però che gli antoniani si facessero prendere la mano e che le reliquie venerate risultassero ridondanti tanto da mettere in dubbio la veridicità. Lo affermava Mario Equicola tramite il racconto di Domenico Santoro che ne riportava l’incredulità. Anche Dante Alighieri nella Divina Commedia era stato dello stesso parere dell’Equicola: nel Canto XXIX del Paradiso, Beatrice condanna i frati dell’Ordine di Sant’Antonio Abate che approfittavano della ingenuità degli uomini per ingrassare i propri maiali (arricchirsi).

Il cardinal Luigi d’Aragona nel diario di viaggio del 1517-1518 stilato dal de Beatis addirittura chiese ed ottenne la conta “osso per osso” [21] delle reliquie tra i due principali monasteri di Sant’Antonio Abate in Provenza per verificare la presenza di falsi: quello antoniano di Saint Antoine l’Abbaye e quello benedettino di Arles. Il cardinale restò interdetto nel constatare due corpi del santo in Provenza, “veri” chiodi della croce a sufficienza per cento croci, reliquie duplicate o triplicate, credenze, superstizioni, presenze di reliquie pagane e di mostri da bestiario medievale (come credenza popolare, si pensi al drago Tarascuro ucciso da santa Marta a Tarascona, riportato dall’Equicola e dal Santoro). Il cardinale lamentò venerazioni irrazionali e la presenza di un vero e proprio merchandising, come diremmo oggi, che si era sviluppato nel borgo attorno alla chiesa di Sant’Antonio: si vendevano statue del santo, campanelli, tau, porchetti d’argento (di bassa lega o “archimistrati”), ex voto a forma di braccio del santo. Il cardinale temeva che tali storture avrebbero potuto portare a pericolose conseguenze. Ed esse puntualmente ci furono perché durante la riforma protestante e le guerre che ne conseguirono furono fonti di critica feroce proprio le finte (e vere) reliquie, la perdita di spiritualità e soprattutto la vendita delle indulgenze. La stessa riforma protestante che mise in modo una serie di meccanismi per i quali l’Iter dell’Equicola scomparve dalla circolazione o subì censure per le sue “rivelazioni” su Maria Maddalena.


APPENDICE

Riporto, di seguito, il testo in latino della descrizione dell’organo musicale di Saint Antoine l’Abbaye e dei suoi automi musicali, tratto dall’Iter in Narbonensem Galliam, e la relativa traduzione in italiano, realizzata da Domenico Santoro nell’opuscolo Il viaggio di Isabella Gonzaga in Provenza.


“Vidimus praeterea Musicum Ingens organum… hoc dum folles accipiunt redduntque animas, occultos per meatus ventus stanneas inflat fistulas, Sibilaque excitat arguta harum gradatim altera alteram magnitudine altitudineque superat, vocemque hac proportione emittunt canthes: tum stridulam Tinnientemque tum gravem atque plenam: Peritus artifex ut qui folles commovet minister posteriori stat sic ipse anteriori sedet parte Digitis modo expansis, remissis semper errantibus modo, bratteas premit dentato ordine dispositas, hinc fistularum foramina auras referata accipiunt, modulatusque editur sonus qui nunc continuo spiritu trahitur in longum, nunc variatur inflexo, nunc distinguitur conciso. Dum tollit manum clauduntur eadem, ventumque non admittentia silent, spiritus enim ubi deficit, dissolvitur statim Cantus, Quod ante nostram aetatem neque visum neque auditum est, ingeniosissimus adolescens nostras excogitavit, ut illa eadem inclusa anima diversos imitaretur musicae modos, redditusque imprimis clangor tubarum, Tibiarum quoque vox promittitur, revocatur, infuscatur, ac siquis erranti intonaret digito, strepit illic reboatque doliolo ligneo. Utrinque corium extensum barcillo pulsatum gemino, Credas ferocissimos rhetios aut duros helvetioscieri in praelia, Haec alios me vero praecipue oblectarunt Giganteae staturae capita duoquae inane, quod inter eminentiores humilioresque fistulas est, occupabant ea agitante vento, vitro lucentia lumina humanos imitantia oculos extollebant deprimebantque grata gravitate. Aperto ore linguam exertam celeri motu vibrabant, erant et sublimiori fastigio Icones, quae pariter Aura penetrante se movebant, Sed nihil ad Barbatos istos Gigantes quorum alter Ethiops, alter nostri erat generis.”


“Vedemmo inoltre il grandioso organo musicale... Come i mantici accolgono ed emettono l’aria, il vento, suscitando arguti sibili, passa per occulti meati, entro canne metalliche, che, erette in ordine crescente per altezza e per grandezza, mandano, proporzionatamente, voce qua stridente e tinnula, là piena e grave. Or, mentre altri dal lato posteriore solleva e abbassa i mantici, l’esperto maestro che siede davanti, con le dita quando distese, quando ristrette, sempre erranti, preme i tasti disposti a forma di lamine in fila dentata; onde, aprendosi i fori delle canne, vi penetra il soffio e ne escono note armoniose, o lungamente tenute, o variamente modulate, o bruscamente rotte. Al levar delle mani, i fori si chiudono e, non lasciando più passare il vento, tacciono: mancando lo spiro, subito il canto. Ma - cosa non mai vista né udita prima di questi tempi – un ingegnosissimo giovine di nostra gente ha escogitato il modo di servirsi dell’aria stessa lì racchiusa per imitare diversi strumenti musicali: udresti così squillar le trombe, e la voce de’ flauti prolungarsi, arrestarsi, affiochirsi: se poi si pigia forte col dito su di un tasto, lo strepitare e il reboar di un tamburo, percosso da due bacchette, ti farebbe credere che i violentissimi Reti o i gagliardi Elvezii irrompano a battaglia. Di ciò si dilettaron gli altri; io rimasi specialmente ammirato di due teste gigantesche, collocate tra le canne più alte e le più basse: introducendosi nel loro cavo il vento, alzavano e reclinavano gravemente gli occhi vitrei, e, aperta la bocca, mettevan fuori e con celere moto vibravano la lingua. V’erano anche, al sommo, delle figure che, del pari, penetrandovi l’aria, si muovevano: un nulla in confronto di quei due giganti barbuti, l’uno di razza etiopica, l’altro di tipo nostrano.”


Traduzione di Domenico Santoro



NOTE


[1] - La località del Delfinato da La Motte Saint Didier prese il nome di Saint Antoine l’Abbaye per la presenza del santuario antoniano.

[2] - Nella sua casa di Mantova, l’Equicola vi aveva aggiunto una cartiera, fornita delle macchine necessarie, e una ferriera.

[3] - Bernhard Schirg, “Decoding da Vinci’s Impresa: Leonardo’s gift to cardinal Ippolito d’Este and Mario Equicola’s De Opportunitate”, Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, LXXVIII (2015).

[4] - Si pensi ad esempio agli automi meccanici realizzati da Leonardo da Vinci o dal cremonese Gianello Torriani, orologiaio di Carlo V.

[5] - I primi orologi portatili (da non confondere con gli odierni orologi da polso) erano delle dimensioni di un piccolo mobiletto e cominciavano ad essere prodotti proprio ad inizio del Cinquecento.

[6] - Ricoprì anche importanti ruoli politici locali nel Delfinato.

[7] - Casi simili li troviamo in: Paola Dessì, “Organi, orologi e automi musicali: oggetti sonori per il potere”, Acta Musicologica, LXXXII/1 (2010) pp. 21-47.

[8] - Itinerario del viaggio del cardinale Luigi d’Aragona steso da Antonio de Beatis, in A. Chastel, Luigi d’Aragona. Un cardinale del Rinascimento in viaggio per l’Europa, Laterza, Roma-Bari 1987, p.251.

[9] - Abbaye Falco, Anton. hist. comp., f° CIIII.

[10] - Il testo originale in latino con la relativa traduzione di Domenico Santoro è negli approfondimenti del presente Quaderno.

[11] - Gli organi coevi cominciavano ad avere, già da fine Quattrocento, le canne più grosse al centro per ridurre l’effetto di ritardo nel suono delle note più basse, legato alla meccanica e alla quantità d’aria erogabile con i mantici.

[12] - Realizzati da Claus Karlen tra 1324 e 1327.

[13] - Si trattava di un’opera di avanzato artigianato da realizzare sin dal più piccolo pezzo particolare con le tecniche dell’epoca.

[14] - Città del Delfinato, capoluogo di Saint Antoine l’Abbaye. Sant’Antonio Abate era anche detto “di Vienne” o “di Bienna”.

[15] - Isabella d’Este avrà chiesto la guarigione del marito Francesco II.

[16] - I re di Francia erano ritenuti a loro volta taumaturghi, in particolare contro la scrofola (cfr. il saggio di Marc Bloch “I re taumaturghi”).

[17] - Bisogna sottolineare che Sant’Antonio Abate, ai tempi del viaggio in Provenza dell’Equicola, non era relegato al semplice ruolo odierno di patrono degli animali, bensì di taumaturgo contro il mal degli ardenti.

[18] - Forma di avvelenamento da una specie di fungo tossico, Claviceps purpurea, che infestava i raccolti di segale.

[19] - Cfr. Carlo Gelmetti, “Il fuoco di Sant’Antonio”, 2007, Springer: “L’Ordine arrivò a fondare 389 abbazie-ospedali in tutto il mondo cristiano di allora e divenne uno degli ordini religiosi ospedalieri più importante della storia”.

[20] - Con i benedettini di Montmajour era aperta anche la questione di chi possedesse, tra i due monasteri, le reliquie originali del santo.

[21] - da Ms. XF28.



Testi tratti da “I Quaderni dell’Archeoclub Val di Comino n. 2 – Atti del convegno Il viaggio di Isabella d’Este Gonzaga in Provenza, Alvito 29 aprile 20

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