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LE EPIDEMIE A SAN DONATO DAL XVII AL XIX SECOLO

June 15, 2020

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Mario Equicola e la figura di Maria Maddalena

       Affresco di Giotto di Bondone – Scene dalla vita di Maria Maddalena che parla agli Angeli.

 

 

In occasione della presentazione ad Alvito del secondo Quaderno dell’Archeoclub Val di Comino, avvenuta il primo novembre 2019, si è parlato della figura di Maria Maddalena con riferimento ad un’opera di Mario Equicola, l’Iter in Narbonensem Galliam, opuscolo a stampa di inizio Cinquecento, assai raro. Infatti, l’umanista alvitano intraprese un viaggio in Provenza nel 1517 al seguito di Isabella Gonzaga d’Este, marchesa di Mantova, della quale era precettore. Egli aveva il compito di scortarla nelle terre già visitate nei mesi precedenti da Federico Gonzaga, primogenito di Isabella, che era stato ospite di Francesco I, re di Francia. Il viaggio nasceva come pellegrinaggio all’eremo della Maddalena, la Sainte Baume, nei pressi di Nanse, l’odierna Nans-le-Pins. L’eremo era meta di frequenti pellegrinaggi. Isabella d’Este intraprese il pellegrinaggio per un voto alla Maddalena fatto prima della Pasqua dell’anno 1517. Non era noto il motivo del voto, come lo stesso Equicola dichiara in apertura dell’opuscolo a stampa. L’eremo era stato visitato da suo figlio Federico ed in seguito sarebbe stato visitato anche dal cugino di Isabella, il cardinale Luigi d’Aragona. Il viaggio di quest’ultimo è riportato in un diario redatto dal chierico molfettano Antonio De Beatis. Come loro migliaia di italiani visitarono quei luoghi, molto probabilmente perché erano cari a Luisa di Savoia, madre del Re di Francia.

 

L’interesse per tutta questa vicenda nacque durante una conviviale dell’Archeoclub del 2015. L’avvocato Luciano Santoro ci portò una copia di un testo del 1913 redatto da suo nonno, il prof. Domenico Santoro, tra i massimi studiosi dell’Equicola. Il testo era una rielaborazione del raro opuscolo equicolano Iter in Narbonensem Galliam, redatto in latino, ed era supportato da alcune lettere attraverso le quali l’umanista comunicava i vari accadimenti ai Marchesi di Mantova. Il prof. Domenico Santoro aveva ricevuto in prestito, dal sig. Castrucci di Alvito, una miscellanea che conteneva una copia dell’opuscolo al quale mancavano però diverse pagine per una probabile opera di censura di alcune parti riguardanti la figura di Maria Maddalena che avrebbero potuto “offendere” le coscienze timorate del tempo, a detta del Santoro.

Il mistero era intrigante: pagine irreversibilmente incollate e censurate, di una copia ormai andata perduta di un introvabile opuscolo di cinquecento anni fa. Ne fummo rapiti, tanto da dedicare energie e pensieri per saperne di più. Nel corso del 2015 abbiamo visitato la Provenza e il Delfinato per conoscere direttamente i luoghi del viaggio dell’Equicola. A Mantova e a Ferrara, visitando archivi e prestigiose biblioteche, abbiamo rinvenuto testimonianze e lettere dell’epoca. In particolare, presso l’Archivio Gonzaga di Mantova abbiamo ritrovato le lettere originali del Cinquecento trascritte dal Santoro.

 

Ai primi di novembre del 2017, abbiamo rintracciato, grazie alla gentile collaborazione di Andrea Torelli della Biblioteca Teresiana di Mantova, l’Iter in Narbonensem Galliam dell’Equicola del quale non avevamo avuto precedentemente traccia. Dapprima abbiamo rinvenuto una trascrizione dovuta allo studioso Ferdinando Negri (1851), conservata dalla prestigiosa biblioteca mantovana; in seguito una copia a stampa dell’Iter, edizione di Francesco Bruschi, proveniente dalla Biblioteca del Seminario Vescovile di Casale Monferrato (AL). Era quest’ultima la città di Maria Paleologa, primogenita di Guglielmo IX del Monferrato e di Anna d’Alençon, sposa di Federico II Gonzaga, una copia a stampa deve essere evidentemente arrivata in dono da Mantova.

Il ritrovamento dell’Iter in Narbonensem Galliam ha permesso di ricostruire per intero le vicende censurate che riguardavano la figura di Maria Maddalena.

 

        Affresco di Giotto di Bondone – Scene della vita di Maria Maddalena, approdo a Marsiglia.

 

 

Agli inizi del Cinquecento, la Provenza attraeva pellegrini da tutta Europa grazie alle reliquie custodite in chiese e monasteri locali, venerate da regnanti e tutelate dalle autorità religiose. Spesso si eccedeva tanto che Domenico Santoro ironizza sulla veridicità delle innumerevoli quanto improbabili credenze della Provenza: un chirografo di Cristo appositamente realizzato per i creduloni oppure l’abitazione nativa di Ponzio Pilato presso Vienne. Di fatto, i flussi di pellegrini – i quali credevano seriamente nelle reliquie perché semplicemente toccandole potevano espiare peccati e guadagnarsi la salvezza dell’anima – erano importanti per le economie locali e per il prestigio dei regnanti. Le reliquie della Maddalena ritrovate a San Maximin non lontano dalla Sainte Baume erano un chiaro esempio: attraevano i pellegrini e i sovrani da quando Carlo II d’Angiò, Re di Napoli e di Provenza, aveva effettuato l’inventio delle reliquie della santa a Saint Maximin nel 1279 e da quando, nel 1295, il Papa Bonifacio VIII ne certificava l’autenticità. Carlo II fece racchiudere in una maschera d’argento il teschio della santa il quale aveva visibile, all’altezza delle guance, su un lembo di pelle rimasto ancora integro, una ciocca di capelli. Il Re angioino fece del culto per la Maddalena un distintivo per il proprio regno, probabilmente per farne un culto di riferimento per la nobiltà e per gli ordini religiosi nel Regno di Napoli, in particolare quelli mendicanti. I Domenicani ne erano profondamente devoti e fecero della Santa la protettrice del proprio ordine. La venerazione della Maddalena era ai tempi molto sentita e vissuta anche dalla popolazione napoletana come esempio di redenzione ed espiazione.

 

L’opera apostolica intrapresa da Maddalena in Francia e la presenza delle sue reliquie nella regione contribuirono fortemente a farla diventare un punto di riferimento spirituale per la casa d’Angiò. Infatti, l'inventio di Carlo II ebbe luogo nel santuario provenzale subito dopo la composizione della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (sec. XIII), capolavoro dell’agiografia medievale, dove il priore domenicano aveva scritto che la donna del Vangelo era sbarcata in Provenza e in quel territorio aveva compiuto il suo apostolato, l'eremitaggio alla Sainte Baume per poi trovarvi la morte. La Santa sarebbe stata trasportata dal mare sulle spiagge della Provenza, su una barca priva di remi, assieme a Lazzaro, a Marta di Betania, a Maria Salomè, a Maria Jacobé, alla serva Sara la Nera e al vescovo Massimino; un affresco di Giotto riporta tutta la vicenda. La Provenza avrebbe cominciato a venerare la Maddalena al suo compimento di un miracolo avvenuto nel salvataggio in mare dell’erede del Principe di Marsiglia. Sempre secondo la tradizione, i profughi dalla Palestina avrebbero cominciato a predicare e a diffondere il cristianesimo in diverse cittadine della Provenza. Il culto magdalenico era per tal motivo molto caro alla corona francese, tanto che Luisa di Savoia, madre del Re di Francia Francesco I, ne era molto devota.

 

L’itinerario di Isabella d’Este presso i vari santuari visitati in Provenza ricalcava un percorso che si snodava tra le vite dei santi riportate nelle pagine della Legenda Aurea. Sappiamo che gli Estensi ne possedevano diversi incunaboli. Non è difficile desumere, data la popolarità dell’opera, che anche a Mantova presso i Gonzaga ne fossero alcune copie. Ritroviamo nella Legenda Aurea, sfogliandone le pagine, le biografie agiografiche di Santa Maria Maddalena, di Sant’Antonio Abate, di Santo Stefano protomartire: tutti presenti nel viaggio di Isabella, riportati dall’opuscolo del Santoro e nell’Iter.

La figura della Maddalena è centrale nell’Iter: lo dichiara lo stesso Equicola in apertura dell’opera. Isabella d’Este intraprese il pellegrinaggio presso il santuario della Maddalena in Provenza in seguito ad una promessa votiva fatta alla Santa nel giorno di Pasqua di quello stesso anno, il 1517; il motivo del voto era ignoto all’Equicola. Il santuario della Maddalena si trovava nei pressi di Nanse, a Saint Maximin, nelle vicinanze della Sainte Baume, la santa grotta dove la Maddalena avrebbe vissuto in eremitaggio. Lì era presenti le reliquie che erano molto venerate all’epoca. Isabella d’Este chiese a Mario Equicola di comporre dei versi da far incidere su una placca all’eremo, come ex voto, sulla scia dei versi lasciati dal Petrarca sullo stesso sepolcro, in dedica alla Maddalena stessa. I versi dell’Equicola furono riportati anche nel diario di viaggio del Cardinal d’Aragona, redatto dal de Beatis:

 

Salve presidium Meum

Magdalena tuo Grata Theandropo.

Quare perpetuum Tibi

Debetur Tacita, laude Silentium:

Cui Ferraria patria

Estensis genitor cui Inclytus Hercules

Mater sanguine Aragonum.

Quae cum Gonzaico coniuge Mantuam

Princeps Imperio regit

Isabella Italis gloria plurima

Hic tua dum noto supplex vestigia adorat

Orabat Marius Talibus Aequicolus.

 

La figura di Maria Maddalena ha un ruolo particolarmente rilevante anche nell’Iter. Il prof. Santoro, accenna nell’introduzione al fatto che la versione da lui consultata dell’opera era censurata proprio nella parte relativa alla Maddalena con degli spessi fogli di carta incollata sulle pagine interdette celandone il contenuto. La motivazione può essere compresa leggendo l’Iter, dove viene scritto che fu Papa Gregorio Magno a travisare l’originaria figura della Maddalena. Il Papa, in due omelie (XXV e XXXIII) da lui pronunciate, identificò la figura di Maria Maddalena, liberata da Gesù da sette spiriti, con quella di Maria di Betania e con quella della prostituta della casa di Simone il Fariseo (le tre Marie). Il grande Gregorio identificò le tre figure in un’unica per motivi politici, probabilmente per cercare di sfruttare la figura della Maddalena come motivo di redenzione e conversione dei Longobardi dall’arianesimo al cattolicesimo.

 

Il VI secolo vedeva l’Italia centrale (in particolare il Lazio) teatro di feroci scontri tra Longobardi, Bizantini e le città che erano sotto il controllo del Papa. Come conseguenza, la figura della Maddalena divenne nella tradizione cristiana quella della prostituta redenta e penitente che ben si poteva prestare, nelle intenzioni di Gregorio Magno, ad essere identificata con la metafora del perdono: come nostro Signore perdonava la prostituta così la Chiesa poteva accogliere e abbracciare a sé i nuovi convertiti. Altri padri della Chiesa prima di Gregorio Magno, come anche Mario Equicola riporta nell’Iter, mai avevano accusato la Maddalena di meretricio.

 

L’Equicola per un certo periodo aveva vissuto in Francia al seguito dei Cantelmo. Questi ultimi si trovavano in loco per cercare di ottenere il sostegno del Re di Francia al fine di poter recuperare il proprio feudo di Alvito, che era finito in mano agli Spagnoli. L’Iter in Narbonensem Galliam e l’Apologia pro Gallis sono opere influenzate da tale esperienza francese.

Durante tali permanenze in terra di Francia, l’Equicola ebbe modo di partecipare alla vita culturale dei circoli letterari d’Oltralpe. In tali occasioni, l’alvitano ebbe modo di seguire le lezioni del teologo francese Jacques Lefèvre d’Étaples ed ebbe modo di conoscerlo. Gli studi di Lefèvre d’Étaples lo illuminarono sull’originaria identificazione delle tre Marie. L’Iter tiene conto di tali studi. Lefèvre era una figura di spicco nel panorama culturale francese dell’epoca: egli tradusse la Bibbia dal latino al francese e visitò in Italia i circoli neoplatonici nei quali l’Equicola si era formato. Il teologo, tra il 1517 e il 1519, si era occupato proprio della figura della Maddalena, su incarico della madre del re di Francia, Luisa di Savoia, che gli aveva commissionato un’agiografia della santa. Lefèvre scrisse diversi opuscoli relativi al dibattito delle tre Marie, partendo dalla tradizione della Chiesa cristiana orientale, di culto greco e lontana da Roma dai tempi dello Scisma d’Oriente (1054). Il teologo risalì all’interpretazione di Gregorio Magno, da lui utilizzata per fini politici, in due sue omelie nelle quali identificò Maria Maddalena con altre due distinte figure: Maria di Betania e la prostituta anonima della casa di Simone il fariseo.

 

.L’Iter è un’opera che ha lo scopo di rappresentare lo splendore mecenatico di Isabella d’Este e, probabilmente, potrebbe essere visto come una “impresa” in cui la figura di Isabella viene esaltata agli occhi della corte mantovana. Mario Equicola mira infatti a “riabilitare” la figura della donna che in quel periodo era stata allontanata dal governo del Marchesato, ed era stata messa in cattiva luce agli occhi del marito, il Marchese Francesco II Gonzaga, da alcuni consiglieri di corte che mal sopportavano l’indole autoritaria e lo spirito indomito di colei che sarebbe poi passata alla storia come la prima donna del Rinascimento.

 

       Affresco di Giotto di Bondone – Scene dalla vita di Maria Maddalena che parla agli Angeli.

 

 

L’Equicola suggerisce che la Santa Maddalena è come Isabella, pia, devota ed ingiustamente accusata; onori tributati dunque alla donna illuminata che in passato si era occupata in prima persona della politica del Marchesato dei Gonzaga.

L’evento critico occorse durante la guerra contro Venezia del 1509, in cui suo marito Francesco II fu fatto prigioniero dai veneziani. Il comportamento di Isabella durante la lunga prigionia del marito provocò risentimento in quest’ultimo, che avrebbe poi escluso formalmente la moglie dalla guida del Marchesato, probabilmente influenzato da consiglieri come Tolomeo Spagnoli, inviso alla marchesa. Nel contesto della negoziazione con Venezia, Isabella, per l’abilità e per l’astuzia dimostrate nel condurre le trattative diplomatiche fu apostrofata “quella ribalda putana” dal pontefice Giulio II, sempre bramoso di conquistare la nativa Ferrara. In seguito a quegli eventi, Isabella soggiornò per un periodo a Milano e a Napoli.

 

Nell’Iter viene data grande rilevanza anche alla chiesa di Sant’Antonio Abate presso l’omonima Saint Antoine l’Abbaye, luogo di pellegrinaggio caro agli Este frequentato anche dagli avi di Isabella. Sant’Antonio dava protezione e curava con i suoi ospitali tanti tra i mali cosiddetti ardenti: oltre all’ergotismo, legato alla segale cornuta, e all’herpes zoster, c’era anche il mal francese, ovvero la sifilide, di cui era affetto il marito di Isabella. La pia e devota moglie si era recata dal Santo evidentemente per chiedere la grazia per il marito.

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