Exodus - da Abidjan a Tunisi di F. Pittore







PRESENTAZIONE


A cura di Rosanna Tempesta



Siamo in terra d’Africa, in Costa d’Avorio, dove l’autore vive per qualche tempo in qualità di direttore esecutivo (per Belgio, Francia, Italia) della Banca Africana di Sviluppo. È il 2002: la popolazione si mobilita per un tentativo di colpo di Stato, teso a rovesciare il presidente Laurent Gbagbo, sottilmente incoraggiato dalla Francia. La narrazione di quegli avvenimenti, di cui fu testimone oculare, è nata quando non aveva più il condizionamento dell’ufficialità del ruolo che ricopriva e viene data alla stampa solo adesso. A renderla attuale è la trattazione di tematiche riguardanti il rapporto fra l’Africa e il resto del mondo, sulle quali ancora oggi il dibattito è molto acceso.

L’autore vive questa particolare esperienza ad Abidjan, la capitale amministrativa, dove rimane per quasi un anno prima di essere spostato, insieme agli altri funzionari, a Tunisi. In quel periodo, egli non si isola negli alloggi lussuosi nei quali per il suo status dovrebbe vivere, ma sceglie quartieri e abitazioni più vicini alla popolazione, di cui vuol seguire le vicende, conoscere la mentalità, le reazioni, le aspirazioni, i sentimenti, talvolta scampando fortunosamente alle numerose insidie innescate dal particolare contesto.

La situazione di emergenza e l’incalzare degli avvenimenti, tuttavia, ben presto lo inducono a trasferirsi nel condominio più lussuoso di Abidjan, riservato all’elite internazionale e locale, dotato di una piscina, dove importanti uomini di affari e di potere, europei e americani, per l’occasione giornalmente si riuniscono vantando notizie di prima mano dalle loro fonti private: “alcuni avevano ed un po’ ostentavano dei telefoni satellitari. I francesi erano i più informati sia perché la loro ambasciata era la più grande e la più attiva nel trasmettere le informazioni, sia perché, almeno lì, nel condominio, erano in maggioranza e vantavano informazioni privilegiate (almeno così dicevano)”.

“Questa delle voci degli ambienti diplomatici, dei milieu di affari, dei comunicati più o meno ufficiali è stata la guerra più cruenta e più insidiosa che io ho visto durante i cinque mesi di coprifuoco”, afferma l’autore.

Ne emerge un quadro preciso e particolareggiato della realtà dell’Africa postcoloniale, così come essa si manifesta in due diverse, lontane e importanti città: Abidjan e Tunisi. La prima risulta divisa in due: da una parte la classe dominante europea, affiancata e sostenuta dalla borghesia africana che da essa trae alimento, dall’altra la povera gente, la massa dei diseredati. Evidente è il contrasto tra le residenze dei ricchi, gli alberghi lussuosi, la bellezza architettonica, anche se divenuta nel tempo fatiscente, dei grattacieli di tutte le banche e delle grandi società e i tuguri dei poveri. Il tutto immerso in una situazione di generale decadenza, che negli ultimi dieci anni si è andata aggravando sempre di più: carenze igieniche, autovetture molto vecchie, traballanti, sporche, che fanno da contrasto all’efficienza della rete stradale all’interno del quartiere degli affari e a quella di accesso alla città.

Diversa è la realtà di Tunisi, dove il nostro autore viene trasferito insieme ai suoi colleghi per ragioni di sicurezza, ma dove il suo coinvolgimento per l’Africa si attenua, anche se non viene completamento meno.

Di questa città tratteggia, non senza ironia, il mondo di cui egli stesso fa parte, composto da protagonisti per i quali non sempre nutre grande considerazione: “A Tunisi vivono imprenditori, tecnici, lavoratori, rappresentanti di banche e di società, pensionati per bisogno o per piacere, cooperanti, una pletora di funzionari dell’ambasciata e delle istituzioni europee. Qui sono dei funzionari internazionali che si sentono soltanto degli expat, in tutto o quasi simili agli expat bianchi”. In Costa d’Avorio i privilegi e le immunità le vivevano “ da principi neri, mentre qui a Tunisi le vivono da diplomatici di mezza tacca, come la maggior parte dei funzionari bianchi”.

Il sapore della costa d’Avorio, per la quale egli nutre nostalgia, glielo fa rivivere una giovane ivoriana, con la quale ha intessuto una relazione, dalla quale si fa raggiungere a Tunisi per qualche tempo.

L’analisi lucidissima di fatti e di avvenimenti che si intrecciano tra di loro consentono al narratore occasioni di riflessione sulle più diverse tematiche legate all’Africa, alla Francia, agli europei in generale, alle politiche coloniali con il loro corollario di Organizzazioni Internazionali, di Banche Multinazionali, di grandi Organizzazioni non Governative, delle potenti Charities “che hanno tutte lo scopo, l’obiettivo di combattere la povertà mondiale a salari molte volte più alti di quelli nazionali con molti privilegi che finiscono per creare un gruppo di potere internazionale che non rende più conto neanche agli Stati di appartenenza ed ai finanziatori pubblici e privati”.

La descrizione e le considerazioni sulle dinamiche interne, che portano alle elezioni dei funzionari della Banca Africana, non molto diverse da quelle che caratterizzano gran parte delle istituzioni di questo tipo, concludono il reportage.


Buona lettura.



Note biografiche dell'autore:

Francesco Pittore, residente in Roma, è stato dirigente nel settore finanziario internazionale. Capogruppo di Avventure nel Mondo, fin dagli anni Settanta del Novecento ha guidato alcune prime in America Latina e alcune tratte delle Grandi Avventure Africane. Ha viaggiato molto anche per lavoro. E’ vissuto per tre anni in estremo oriente e per cinque in Africa dove ha stabilito relazioni personali e di lavoro.

Nella sua terra di origine (Alvito) è conosciuto soprattutto per l’impegno politico, che ha caratterizzato in particolare gli anni della sua giovinezza, e per i suoi scritti giovanili di poesia e di teatro leggero.

Giornalista pubblicista dal 1967 ha scritto su argomenti economici.


È socio dell'Archeoclub d'Italia, sede Val di Comino, dal 1999.


Pubblicazioni:

Mahal Manila (romanzo), novembre 2001

Novecento (raccolta di poesie), giugno 2010


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