IL LAGO FUCINO: DUEMILA ANNI DI STORIA DELLA PIÙ GRANDE OPERA IDRAULICA D'ITALIA di Francesco Perrelli
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Chi oggi percorre la Piana del Fucino, attraversando chilometri di campi perfettamente coltivati, fatica a credere che fino a poco più di cento cinquant'anni fa quel luogo fosse occupato dal più grande lago dell'Italia peninsulare. Eppure, per migliaia di anni, il Lago Fucino ha dominato il cuore della Marsica, influenzandone il clima, l'economia, la storia e perfino il destino delle popolazioni che vivevano sulle sue rive.
La sua è una vicenda straordinaria, che attraversa oltre duemila anni di storia, dall'antica Roma fino ai Torlonia.
Il Fucino era un lago unico nel suo genere. Esteso per circa 140 chilometri quadrati, situato a oltre 660 metri sul livello del mare, era completamente circondato dai monti del Velino-Sirente, dal Monte Salviano e dai rilievi marsicani. A differenza della maggior parte dei laghi italiani, non possedeva alcun emissario naturale: l'acqua che vi confluiva attraverso torrenti e sorgenti non aveva una via di uscita. Poteva diminuire soltanto per evaporazione o attraverso infiltrazioni nel sottosuolo.
Questa caratteristica rendeva il lago estremamente instabile. Bastavano alcuni anni di abbondanti precipitazioni perché il livello delle acque si alzasse di diversi metri, sommergendo campagne, strade e villaggi. Al contrario, durante gli anni più secchi il lago si ritirava, lasciando vaste distese fangose che favorivano la diffusione della malaria.
Per gli antichi Marsi il lago rappresentava contemporaneamente una risorsa e una minaccia. Le sue acque erano ricche di pesce, le rive offrivano pascoli fertili e vie di comunicazione, ma le continue esondazioni rendevano difficile lo sviluppo agricolo.
Fu proprio questa situazione a convincere l'imperatore Claudio ad affrontare quello che molti ritenevano impossibile.
L'impresa di Claudio
Nel 41 d.C., appena salito al trono imperiale, Claudio ordinò la realizzazione di una delle opere di ingegneria più straordinarie dell'antichità.
L'obiettivo non era prosciugare completamente il lago, bensì abbassarne il livello di alcuni metri, così da proteggere gli abitati dalle inondazioni e recuperare migliaia di ettari di terreno coltivabile.
L'opera consisteva nello scavare un enorme emissario artificiale attraverso il Monte Salviano, facendo defluire le acque verso la valle del Liri.
I lavori durarono undici anni.
Secondo gli storici romani furono impiegati circa 30.000 operai, tra schiavi, soldati, minatori e tecnici provenienti da ogni parte dell'Impero.
Vennero scavati decine di pozzi verticali, profondi anche oltre cento metri, che permettevano di raggiungere il livello della galleria principale. Attraverso questi pozzi si estraevano le rocce e si facevano scendere uomini e materiali.
L'emissario misurava circa 5,6 chilometri, una lunghezza impressionante per l'epoca, interamente scavata nella viva roccia con gli strumenti del I secolo dopo Cristo.
Ancora oggi molti ingegneri considerano quest'opera uno dei massimi capolavori dell'ingegneria romana.
La spettacolare naumachia
Per inaugurare l'opera, Claudio volle offrire al popolo romano uno spettacolo senza precedenti.
Il 29 agosto del 52 d.C. il Lago Fucino divenne il teatro della più famosa naumachia dell'antichità.
Sulle acque del lago furono schierate due flotte che rappresentavano Rodi e la Sicilia. Migliaia di uomini, per la maggior parte condannati a morte e prigionieri di guerra, combatterono una vera battaglia navale davanti a un pubblico immenso.
Le cronache raccontano che oltre 19.000 combattenti si affrontarono mentre decine di migliaia di spettatori occupavano gradinate e tribune costruite appositamente lungo le rive.
Prima dell'inizio dello scontro avvenne uno degli episodi più celebri della storia romana.
I combattenti rivolsero all'imperatore il saluto:
"Ave, Caesar, morituri te salutant!"
"Ave, Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano."
È importante ricordare che questa frase, diventata famosissima nei secoli successivi, non era il saluto abituale dei gladiatori, come spesso si crede. Le fonti antiche la riferiscono esclusivamente a questa occasione.
Claudio, colto di sorpresa, rispose con una frase ambigua — "Aut non" ("Oppure no") — che i condannati interpretarono come una possibile concessione della grazia, rifiutandosi inizialmente di combattere.
Solo dopo l'intervento delle guardie imperiali la battaglia ebbe realmente inizio.
Un successo solo parziale
L'apertura dell'emissario abbassò effettivamente il livello del lago.
Vennero recuperate nuove terre e diminuirono le devastanti inondazioni.
Tuttavia il progetto non raggiunse completamente gli obiettivi sperati.
L'emissario richiedeva una manutenzione continua: detriti, frane, depositi di fango e concrezioni calcaree tendevano infatti a ostruire il tunnel.
Per circa tre secoli gli imperatori romani finanziarono periodici lavori di pulizia e consolidamento.
Grazie a questa costante manutenzione il sistema continuò a funzionare.
Il declino dopo la caduta dell'Impero
Con la crisi dell'Impero romano, tra il IV e il V secolo, tutto cambiò.
Le guerre civili, le invasioni barbariche e il progressivo collasso dell'amministrazione imperiale resero impossibile mantenere un'opera tanto complessa.
Le squadre di manutenzione scomparvero.
I pozzi di accesso vennero progressivamente abbandonati.
Le infiltrazioni provocarono crolli.
Fango, sabbia e vegetazione iniziarono lentamente a riempire la galleria.
Nel giro di pochi secoli l'antico emissario romano cessò quasi completamente di funzionare.
Il lago tornò lentamente a crescere.
Le terre recuperate dai Romani vennero nuovamente sommerse.
Molti villaggi furono costretti ad arretrare.
Le paludi favorirono il ritorno della malaria, che per oltre mille anni sarebbe rimasta uno dei principali flagelli della Marsica.
Mille anni di tentativi falliti
Durante il Medioevo nessuno possedeva più le risorse economiche e tecniche necessarie per restaurare un'opera tanto gigantesca.
Non mancarono però i tentativi.
Si racconta che Federico II di Svevia si interessò al problema, senza riuscire ad avviare lavori concreti.
Successivamente gli Angioini e gli Aragonesi presero in considerazione nuovi progetti di bonifica, ma le guerre, le difficoltà economiche e la complessità dell'impresa impedirono qualsiasi realizzazione.
Nel Rinascimento il lago attirò l'attenzione di studiosi e ingegneri.
Tra questi vi fu anche Leonardo da Vinci, che visitò la Marsica e studiò l'antico emissario romano, annotando osservazioni sul funzionamento idraulico del bacino. Le sue idee, tuttavia, rimasero soltanto progetti.
Anche nei secoli XVII e XVIII furono elaborati numerosi studi, ma nessuno riuscì a reperire i capitali necessari.
L'impresa sembrava definitivamente impossibile.
Arriva Alessandro Torlonia
La svolta arrivò nell'Ottocento.
Nel 1852 il principe Alessandro Torlonia ottenne dal Regno delle Due Sicilie la concessione per prosciugare il lago.
Era un investimento colossale.
Vennero recuperati gli antichi cunicoli romani, ampliato l'emissario, costruiti nuovi canali e impiegate tecnologie moderne che permisero finalmente di completare ciò che Claudio aveva soltanto iniziato.
I lavori durarono oltre vent'anni.
Migliaia di operai lavorarono senza sosta.
Nel 1878 il lago era definitivamente scomparso.
Al suo posto comparve una pianura immensa, attraversata da una razionale rete di canali.
La nascita della Piana del Fucino
Il terreno lasciato dal lago era straordinariamente fertile.
Per migliaia di anni il Fucino aveva accumulato sedimenti ricchissimi di sostanze organiche.
In breve tempo la nuova pianura divenne una delle aree agricole più produttive d'Italia.
Ancora oggi patate, carote, finocchi, lattughe, radicchi e numerosi altri ortaggi del Fucino sono conosciuti per la loro qualità e vengono esportati in tutta Europa.
La bonifica cambiò profondamente anche la vita delle popolazioni locali.
Scomparvero le grandi inondazioni, diminuirono drasticamente le aree malariche e nacque un'economia agricola moderna che rappresenta ancora oggi una delle principali ricchezze della Marsica.
Il prezzo del progresso
Ogni grande trasformazione comporta però anche delle perdite.
Con il prosciugamento del Fucino scomparve definitivamente un ecosistema che aveva caratterizzato l'Abruzzo per migliaia di anni.
Vennero meno habitat preziosi per pesci, anfibi e uccelli migratori; sparì un paesaggio che gli antichi autori descrivevano come uno dei più suggestivi dell'Italia centrale.
Rimane però una delle più straordinarie testimonianze dell'ingegno umano.
L'emissario di Claudio, in parte ancora percorribile, e la moderna rete idraulica dei Torlonia raccontano una storia lunga quasi duemila anni: una sfida continua tra la natura e l'uomo, tra l'acqua e la terra.
Chi oggi attraversa la Piana del Fucino forse vede soltanto campi coltivati. Ma sotto quei campi riposa un lago che per millenni ha segnato la storia della Marsica e dell'Abruzzo. Conoscerne la vicenda significa comprendere come il passato continui a vivere nel paesaggio che ci circonda e come una delle più grandi opere idrauliche della storia abbia cambiato per sempre il destino di un intero territorio.









































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